Ottobre.
Siamo da poco nel pieno dell'attività didattica e qualche lezione si è già inaspettatamente trasformata in un piccolo tesoro.
Nelle scorse settimane ci siamo dedicati ad ampliare le nostre conoscenze sul mondo e, per aiutare bambini e bambine a memorizzare forme e posizioni dei continenti, ho utilizzato a mo' di legenda i cinque cerchi olimpici, associando ciascun loro colore il continente corrispondente sul planisfero.
Nel giro di poco ci siamo resi conto che le associazioni che stavamo facendo erano per lo più basate su stereotipi e tratti etnici: il nero per le persone dalla pelle scura di origine africana, il giallo per la carnagione delle persone provenienti dall'estremo oriente, il rosso per il caratteristico colore della pelle dei nativi americani. Trovandoci a evocare espressioni quali "pellerossa", "musi gialli" e altri impronunciabili epiteti storicamente legati a pregiudizi e discriminazione, ci siamo inevitabilmente chiesti se potesse realmente essere questo il significato originario di un simbolo che dovrebbe essere sinonimo di pace e fratellanza.
Nell'intelligenza artificiale abbiamo trovato, insieme, una risposta immediata e chiara: l'intento originale di Pierre de Coubertin, ideatore della bandiera olimpica, era stato quello di rappresentare la totalità delle popolazioni mondiali includendo i cinque colori (più lo sfondo bianco) perché almeno uno di essi era presente nella bandiera di ogni nazione allora esistente (1913). L'associazione rigida colore-continente nacque solo successivamente, intorno agli anni '30, sulla spinta di stereotipi e concetti discriminatori legati al colore della pelle e io, maestra frettolosa, ho sentito di avere in qualche modo dato seguito a questo spiacevole pensiero moderno.
Cosa succede quando un'insegnante sbaglia?
Assolutamente niente: chiede scusa, torna sui suoi passi e si felicita di quanto il proprio errore sia stato una bella occasione per imparare insieme qualcosa di nuovo che altrimenti, forse, non avremmo mai saputo. Ricorda a se stessa che tutti possono sbagliare e coglie l'occasione per farsi esempio di ciò che spesso si affanna a spiegare a parole: l'errore fa parte del percorso e ciò che conta è avere la capacità di ammetterlo, verificare e cambiare strada.