Chi non vorrebbe ottantasei ore al giorno per fare tutto quello che gli piace? E chi non ne vorrebbe qualcuna extra per fare anche quello che piace meno ma va fatto?
Ed ecco qua che si accumulano bozze, progetti, fotografie, lavori che desidererei condividere, mentre questo mio spazio resta in silenzio: dopo avere galoppato per tutto il 2024 trascinata da Un anno di poesia sono stata travolta dalla vita, da una secondo figlio che ho tanto desiderato e mi sono detta:
VOGLIO UN TEMPO LENTO
(riportando alla memoria Vorrei un tempo lento lento di Luigina del Gobbo).
Siccome però, appunto, il tempo corre, la lentezza dobbiamo impararla. Non con poche difficoltà, visto che le ore restano ventiquattro e bisogna pure trovare il tempo di dormire, prole permettendo.
Come fare?
Il primo passo per me è stato darmi delle priorità: se alle ore in classe non é possibile derogare e la casa prima o poi va pulita, se bisogna stare dietro alla burocrazia e fare la spesa, mangiare e fare sì che i bambini abbiano vestiti puliti e siano in salute, qualcosa del resto deve rimanere indietro. Ho scelto quindi di dedicarmi agli affetti più cari imparando a dire NO agli impegni che si prendono solo per non dispiacere e non fare brutta figura, a godere finché è possibile della quotidianità con mia figlia e mio figlio e delle loro conquiste, rimandando ciò che invece avrà lo stesso valore anche tra qualche mese o perfino qualche anno. Come i miei innumerevoli post in attesa di pubblicazione che, giuro, prima o poi arriveranno.
E a scuola?
Come sempre, ciò che imparo fuori dalla classe entra prepotentemente anche lì e mi porta a chiedermi cosa penso sia più importante lasciare alle bambine e ai bambini che incontro e che sono esposti al mio modello e in balia delle mie scelte per ventidue ore alla settimana, più di duecento giorni all'anno, per cinque anni.
Sembrano tanti e dal punto di vista umano e professionale lo sono davvero, tuttavia non sono abbastanza per fare tutto quello che va fatto e per farlo bene. Benché le indicazioni ministeriali siano di manica larga e, almeno per quanto riguarda i contenuti, raramente prescrittive ogni insegnante sa che DEVE insegnare le frazioni, l'ortografia, la storia, un po' di geografia locale e globale, il funzionamento del corpo e dell'universo, la sintassi, la geometria...chiedendosi, non sempre ma spesso, "servirà davvero?".
Di certo c'è che servirà loro saper distinguere e gestire le emozioni, essere in grado di relazionarsi positivamente, affrontare la noia e le frustrazioni, trovare soluzioni ai più disparati problemi quotidiani, maturare il giusto rispetto per sé e per gli altri, interrogarsi su quello che accade nel mondo e costruirsi le proprie opinioni...ed ecco che, quando si presenta l'occasione di affrontare questi temi direttamente o indirettamente, bisogna imparare a riconoscerla e e rallentare.
Questo è quel tempo lento che mi sforzo di creare quando rinuncio alla pagina di esercizi di matematica che avevo programmato di svolgere, alla lezione che se non spiego oggi mi impedirà di affrontare l'ultimo argomento dell'anno, al compito che avevo pensato di assegnare per dedicare un'intera ora a riflettere sulle parole che hanno involontariamente ferito un compagno o su un gesto che ha danneggiato il materiale comune, a discutere di una notizia di cronaca che qualcuno, colpito, ha riferito in classe oppure, addirittura, a proseguire quel bel gioco che è iniziato casualmente durante l'intervallo e ha creato un bel clima di condivisione e leggerezza.
Mi rendo conto che per chi non è del settore possa sembrare semplice, ma la pressione sociale, che personalmente subisco ancora con forza, è la stessa che ci fa accettare l'invito alla merenda organizzata per questa domenica dalla rappresentante della classe di mio figlio perché "cavoli, se dico di no sembrerà che non voglio coltivare le sue relazioni e fare nuove amicizie": ci sarà sempre il professore delle medie contrariato dal fatto che alle elementari non sia stata spiegata la formula per calcolare l'area del cerchio o il genitore che si chiederà come mai il nipote, che frequenta la stessa classe in un'altra scuola, "ha già fatto le divisioni a due cifre".
Ebbene non sempre ci riesco, ma quando scelgo di rallentare non posso fare a meno di sorridere pensando che un giorno, magari, quei bambini che ho lasciato giocare un'ora in più o e con i quali ho chiacchierato del weekend per tutta la lezione di scienze vivranno una vita più serena e consapevole, anche se dovranno estrarre dalla tasca il loro smartphone per fare una divisione e intorno a loro qualcuno penserà...ma non glielo hanno insegnato alle elementari?